BY 4.0 license Open Access Published by De Gruyter November 10, 2020

I Florensi nelle strutture politiche, religiose e socio-economiche della Calabria (XII–XIII sec.)

Mariarosaria Salerno

Abstract

A specific area of north-eastern Calabria, between the Sila and the Ionian Sea, profoundly Greek and with a degree of stability from the Byzantine to the Norman era and even beyond, represents an ideal local area in which to document the development of the Florensian monastic organization, with its political, social and religious peculiarities. The interaction of Joachim of Fiore and his monks with the political and ecclesiastical authorities did not differ from those of other monastic institutions in the area. As regards the latter, the Cistercians in particular, despite the criticisms levelled by the abbot of Fiore, exhibited similar practical behaviour, both religious and economic, especially in the struggle for the demanium, and this sometimes led to conflict. Both „new“ orders, however, participated in the transition of the area towards the Latin reform.

1 Premessa

La nascita dell’esperienza florense, che da Gioacchino da Fiore (ca. 1135–† 1202) prese le mosse, si colloca nelle tensioni istituzionali, religiose, spirituali che afflissero il XII secolo, connessa alla riforma della vita monastica e in un momento cruciale della storia non solo politica del Mezzogiorno d’Italia, un’epoca in cui l’abate di Fiore vide l’imminenza dell’Anticristo e del „terzo stato“, dello Spirito. Prescindendo dai principali passaggi che segnarono l’esistenza di Gioacchino, in particolare il momento dell’assunzione dell’abito monastico e il rapporto con l’ordine Cistercense, per finire alle modalità e ai tempi del distacco dai monaci bianchi, che sono ancora controversi e tali da richiedere specifiche trattazioni,[1] questo saggio intende focalizzare l’attenzione su alcuni elementi dell’esperienza religiosa florense connessi con la vita pratica, per comprendere come quei monaci interagirono con il contesto religioso e culturale di riferimento, con che modalità si inserirono nelle strutture sociali ed economiche, con particolare attenzione alla parte nord-orientale della Calabria, tra la Sila, culla della religio florense, e il mar Ionio, una zona che presenta caratteristiche di omogeneità per il periodo interessato, tra la fine della dominazione bizantina e il periodo svevo, e che pertanto servirà da ambito locale privilegiato con le sue peculiarità politiche, sociali e religiose, nel quale documentare lo sviluppo dell’organizzazione monastica florense. Attraverso testimonianze scritte, e non solo, senza prescindere da un’attenzione al territorio, si tenterà di fornire una risposta alla questione se le pratiche seguite dai monaci florensi abbiano segnato un momento di „continuità“ o „discontinuità“, sia rispetto al particolare ambiente calabrese in cui si stabilirono, sia rispetto alle istituzioni religiose greche o latine (i Cistercensi in primis) ivi insediate o con porzioni patrimoniali in loco, al fine di capire se e in che misura i Florensi abbiano rappresentato un caso particolare nella situazione regionale.

2 Il comprensorio silano prima dell’arrivo dei Florensi: territorio e strutture religiose

La conquista normanna dell’XI secolo, che con Ruggero II portò alla nascita del Regno di Sicilia, in generale non sembra abbia modificato i caratteri sociali propri delle società indigene: specialmente in Calabria, infatti, la società greca mostra una grande stabilità dall’epoca bizantina, all’epoca normanna e anche oltre. La regione, che perse di centralità nel passaggio dalla politica dei primi conti normanni all’elevazione di Palermo a capitale del regno, per posizione subì profondamente gli esiti della conflittualità politica del tempo, e nel corso del XII secolo fu teatro dei dissensi nei confronti di Guglielmo I e di Guglielmo II e poi delle lotte per la successione al trono, dopo l’improvvisa morte nel 1189 e senza eredi del secondo, che portarono infine all’ascesa di Enrico VI.[2]

Il cosiddetto processo di „latinizzazione“ delle strutture ecclesiastiche, e dunque della società, attribuito alla conquista normanna, è visto ormai in maniera più problematica dalla storiografia e in un quadro più complesso, che tende a riconoscere preponderante la necessità di sottoporre le strutture – greche o latine che fossero – al controllo dell’autorità ducale, comitale e poi regia,[3] nonostante ci sia comunque stato un graduale favore assegnato alla Chiesa latina e alle sue espressioni. La politica normanna rispetto ai vescovati calabresi, pur volta a riorganizzare le strutture ecclesiastiche secolari (basti ricordare l’elevazione di Mileto, residenza comitale, a sede vescovile direttamente soggetta alla Sede Apostolica) si limitò sostanzialmente al mantenimento dello status quo, né la sostituzione di presuli greci con i latini fu sistematica. Esempio qualificante in tal senso è la metropolia di Santa Severina, il cui territorio e quello delle sue suffraganee (specialmente Cerenzia, e poi Belcastro, Strongoli, Umbriatico, Isola) coincide con la zona qui presa in esame.[4] In particolare fu l’allora diocesi di Cerenzia che ospitò il primo insediamento florense: dall’età bizantina fu suffraganea di Santa Severina, e lo rimase anche in seguito, come indica una bolla di papa Lucio III del 1184, confinante con le diocesi di Santa Severina, Umbriatico, Rossano e Cosenza, e comprendeva, oltre alla città di Cerenzia, i casali di Verzino e di Lucrò (oggi scomparso) ed il castrum di Caccuri.[5]

La metropolia di Santa Severina assunse sin dall’origine bizantina importanza come nuovo polo, affiancata alla preesistente Reggio, con una dignità religiosa cui doveva corrispondere medesima dignità politica, grazie anche alla posizione, abbastanza distante dalla costa e più centrale nell’ambito della regione rispetto alla stessa Reggio. Le suffraganee rappresentarono una sorta di cinta difensiva intorno alla metropolia, poiché erano centri che controllavano vie di collegamento tra la costa e l’interno, coincidenti con le vallate di fiumi, specialmente il Neto e i suoi affluenti. Il tipo di abitato della zona era quello più vicino al modello bizantino: città cinte da mura, villaggi raggruppati e aperti talvolta protetti da una torre.[6] Quasi tutti i centri, tranne Isola, sorta in pianura, presentano abitati rupestri.[7] Dal punto di visto geomorfologico, infatti, la realtà insediativa che Gioacchino e i suoi seguaci trovarono al loro arrivo in Sila – e che in alcuni casi continuarono a vivere ed utilizzare – è contraddistinta da tali tipi di stanziamenti, sparsi per il territorio, ampiamente diffusi lungo la fertile valle del fiume Neto, via di comunicazione privilegiata tra la jonica traianea, detta via de Apulia, e i monti della Sila, alcuni dei quali sembrerebbe che abbiano accolto abitati sin dal Neolitico. È probabile però che quelle grotte non abbiano avuto soltanto una valenza religiosa, luogo per eccellenza dell’anacoresi, secondo l’exemplum dei santi monaci greci di Calabria, ma abbiano ospitato nel tempo anche abitati civili.[8] Quelli più interessanti si trovano nel territorio di Caccuri, cuore di quello che divenne il comprensorio florense, costellati da cripte eremitiche e da monasteri greci, alcuni dei quali furono poi attribuiti ai monaci di Fiore. La località Timpa dei Santi sorge nella bassa Valle del Neto a 284 mt. di altitudine, in una posizione ottimale di controllo della valle e dei sentieri che da questa risalgono verso la Sila, e presenta diverse cripte eremitiche ricavate intorno ai fianchi di una rupe, tra cui una grotta che fu certamente il luogo di culto dell’insediamento.[9]

L’importanza di questa cappella, per meglio comprendere le dinamiche sociali del territorio entro cui ricadeva, sta nelle significative pitture che la adornano, sebbene siano in cattivo stato di conservazione: un dipinto del Cristo Pantocratore, che benedice, con il monogramma greco XP, simbolo del Cristo, inciso sulla roccia stessa, e nelle nicchie laterali numerosi segni effettuati con carboncino, che in modo disordinato insistono su tutte le pareti, segni grafici e iscrizioni postume alle pitture originali e di difficile lettura, e ancora, tra le nicchie e la parete di fondo, dipinte, in modo simmetrico, a destra una croce greca rossa circoscritta da un cerchio nero, a sinistra una croce latina sempre rossa, contornata da una linea nera. Le datazioni archeologiche collocano la presenza di monaci sicuramente tra IX e X secolo, ma i segni e le croci, successive, fanno propendere per un insediamento non soltanto monastico, ma di una piccola comunità che potrebbe aver utilizzato la grotta principale come luogo di culto comune, anche perché i luoghi adempivano alle esigenze primarie: c’era l’acqua del fiume Neto, i numerosi terreni coltivabili e una fitta vegetazione con parecchi frutteti.[10] Il sito rupestre di Filezzi caratterizza il costone sud dell’odierno centro di Caccuri, che fu in origine un castrum, ossia un borgo fortificato posto a controllo della valle e delle vie di comunicazione che dalla Sila conducevano in pianura, ed anche la vecchia città vescovile di Cerenzia, protetta naturalmente, dominava la valle del fiume Lese.[11] Lunga tradizione d’abitato in grotte si trova anche nella località Patia, sempre vicina all’abitato di Caccuri, dove sorgeva l’antico monastero greco Trium Puerorum, in seguito attribuito ai Florensi e a brevissima distanza dall’attuale chiesa Trium Puerorum. Le grotte emergono tra i percorsi più antichi della transumanza, che dal fiume Neto risalivano gradualmente alle parti più alte di San Giovanni in Fiore e della Sila; molte risalgono al periodo che va tra IX e X secolo, ma continuarono ad essere frequentate e utilizzate da monaci e pastori, magari di passaggio.[12]

Un altro contesto rupestre è quello di Berdò, sulla sinistra del torrente Lepre, anch’esso oggetto di donazioni ai Florensi, dove si aprono cinque grotte scavate nell’arenaria che mostrano tracce della presenza monastica ancor prima della costruzione della grangia florense; poi c’era una chiesa rupestre e una chiesa di fondazione florense a navata unica, collocata al centro di un grande complesso edilizio fortemente rimaneggiato nel XVIII secolo.[13] Non conosciamo le origini di tutte le fondazioni monastiche d’epoca bizantina che costellavano quella zona della Calabria: dovevano forse essere perlopiù nate dalla munificenza di benefattori privati, e obbedivano a due regole: come istituzioni religiose erano sottomesse al vescovo del luogo, e come strutture fondiarie erano dei fondi privati, e l’igumeno doveva render conto della gestione di tali beni ai fondatori e benefattori laici.[14]

A quelli già presenti, bisogna aggiungere alcuni monasteri greci di nuova fondazione, che in modi differenti intrecciarono la propria storia con quella dei Florensi: in particolare S. Maria di Altilia, o Calabro Maria, la cui sede e il patrimonio erano in diocesi di Cerenzia,[15] e S. Maria del Patir, l’abbazia greca fondata da Bartolomeo da Simeri presso Rossano, ma che ebbe chiese e interessi patrimoniali presso il Neto, Isola e Casabona.[16] Entrambe risalgono alla fine dell’XI secolo e furono beneficiate dai Normanni, che estesero la propria influenza anche alla parte settentrionale della Calabria greca e utilizzarono i monasteri come mediatori con la popolazione di lingua greca, al fine di assicurare la stabilità politica e il dominio sul territorio.[17] La metropolia di Santa Severina rimase greca, così come Rossano, e signori e re normanni gestirono il monachesimo italo-greco come quello latino: nella guerra con i Bizantini chiese e monasteri furono spesso distrutti o abbandonati, per cui senza perseguire deliberatamente l’obiettivo di latinizzarli, essi li rifondarono o assegnarono quelli piccoli e poveri, con il consenso di monaci o proprietari, a monasteri ricchi e potenti, latini o greci che fossero.[18]

Sempre prima della fine dell’XI secolo, comunque, una prima penetrazione del monachesimo latino fu patrocinata dai Normanni e si concretizzò attraverso la fondazione di abbazie, specialmente in sedi strategiche dal punto di vista dei collegamenti.[19] Nella Sila, però si dimostrò molto più incisivo l’inserimento della riforma, del „nuovo“ monachesimo, attraverso le istituzioni cistercensi, che mediarono l’esperienza cenobitica, di matrice benedettina, con quella eremitica di cui era stato portatore Bruno di Colonia, più affine agli ideali monastici greci.[20] L’ordine cistercense, che si insediò piuttosto tardi nel Regno di Sicilia, a partire dalla metà del XII secolo, si prefiggeva un ritorno ad un’osservanza più rigida della Regula Benedicti, che doveva concretizzarsi in un regime di vita più austero, anche in relazione alla gestione pratica dei beni.[21] Nel territorio oggetto d’indagine ricadevano consistenti porzioni patrimoniali di alcuni importanti monasteri cistercensi calabresi, sulla cui fondazione permangono tuttora dubbi. Non sembra, tuttavia, preponderante il ruolo dei Normanni, perché le abbazie cistercensi del Mezzogiorno sembra siano state fondate per iniziativa della nobiltà.[22] Almeno dal 1160 fu cistercense l’abbazia di S. Maria Requisita-Sambucina,[23] in territorio di Luzzi ed a breve distanza dalle confluenze del fiume Muccone col Crati, la cui parte più consistente di patrimonio, confermata già dal 1150 da papa Eugenio III (il monastero di S. Michele e S. Spirito, le chiese di S. Maria de Archelao, di Carteclano-Cardopiano, di S. Nicola di Calabrice, di S. Elia e S. Nicola di Pineto) si trovava in Sila, tra Petilia Policastro e Cutro, nell’ambito della metropolia di Santa Severina, anzi alcune chiese furono donate all’abbazia dal metropolita, tra cui la chiesa, anch’essa probabilmente greca, di S. Angelo de Frigilo in territorio di Mesoraca, ed i suoi possedimenti. Al patrimonio della Sambucina si aggiunsero nel medesimo comprensorio, donati e confermati dai re normanni prima del 1194, i pascoli in Sila di Valle Bona e Sallula, in territorio di Isola Capo Rizzuto e nel 1201 il „tenimento mandre“ di Tacina, annesso grazie al favore del conte di Catanzaro.[24]

In particolare, la donazione di tre delle chiese greche confermate da Eugenio III a „S. Maria Requisita in località Sambucina“ da parte del metropolita di Santa Severina, che prevedeva in cambio un canone annuale (tre libbre di cera) e la partecipazione degli igumeni delle chiese donate ai sinodi convocati dal metropolita stesso, è indicativa innanzitutto della conoscenza dell’abbazia in diocesi di Bisignano, al di fuori del territorio metropolitico dunque, da parte del vescovo „greco“ di Santa Severina; forse c’erano state delle richieste da parte dell’abate, a quanto pare non ancora cistercense, della Sambucina al metropolita, che quest’ultimo soddisfò, garantendo un notevole patrimonio in un territorio fortemente grecizzato al monastero che da lì a poco sarebbe diventato cistercense, il primo della Calabria e forse del Regnum Siciliae.[25]

L’altra istituzione cistercense, con dotazione patrimoniale nel medesimo comprensorio dei florensi, era S. Maria di Corazzo, in territorio di Scigliano, ora di Castagna, frazione di Carlopoli, nella valle del Corace, il monastero che accolse Gioacchino come monaco e poi come abate. Anche in questo caso le origini sono tutt’altro che chiare: lo si vorrebbe fondato intorno al 1060 da Ruggero di Martirano, e passato ai Cistercensi, stando alle tabule abbatiarum, nel 1173, dunque prima del 1177, anno in cui Gioacchino è attestato come abate, con beni in terra di Strongoli già posseduti all’epoca di Gioacchino e il grande territorio a pascolo Buchafarium di Isola Capo Rizzuto, donato nel 1195 da Enrico VI.[26]

3 Le strutture politiche e socio-economiche

In tale contesto religioso ancora greco, ma spesso con strutture monastiche in decadenza, che già da alcuni anni aveva accolto esperienze monastiche cistercensi (Requisita-Sambucina) in termini di dotazione di chiese e terre, per quanto attiene alle strutture amministrative locali sembra che i Normanni, almeno nella fase iniziale della conquista, non abbiano stravolto le strutture preesistenti, ma adottato quelle già in essere, con il relativo personale, dunque in Calabria greco. La popolazione della Calabria bizantino-normanna viveva perlopiù di terra e per quanto riguarda l’occupazione del suolo, modellata per consuetudine su Bisanzio, c’era una grande proprietà ecclesiastica, quale era quella della metropolia di Reggio, una piccola e media proprietà laica (intorno ai villaggi) e monastica, ed anche una grande proprietà laica, meno conosciuta e sviluppata.[27] Nel mondo bizantino, o comunque di sua derivazione, esistevano leggi o consuetudini atte a garantire il lavoro di coloro che riuscivano a bonificare o coltivare un luogo anche in terreni non propri. Era possibile per costoro ricevere una quota per la parte dei miglioramenti effettuati, specialmente se si trattava di colture essenziali come ulivi e vigne.[28] La ristrutturazione territoriale e politica inaugurata dai Normanni mirava innanzitutto al controllo del territorio e a stabilizzare il dominio, facendo leva anche sulla componente ecclesiastica e monastica greca, come si è detto, la quale mostrava di percepire la necessità di ricevere il sigillum roborationis di quella che identificava ormai con l’„autorità“ nel proprio territorio. Lo dimostra un documento per il monastero greco di Calabro Maria, del 1099, quando il vescovo greco di Cerenzia Policronio si affrettò a recarsi dal duca Ruggero Borsa, per ottenere conferma delle donazioni fatte al monastero da lui stesso e dal metropolita di Santa Severina. La premura del vescovo sembra ruotare principalmente intorno alla conferma dell’importante tenimento di Sanduca in Sila, del quale si puntualizzarono i confini, una zona incolta che sembrerebbe essere soggetta alla volontà di un’autorità, quella del duca Ruggero Borsa appunto.[29] Un’autorità ancora sfumata, la cui capacità di controllo sui nuovi territori era dimensionata secondo l’articolazione dei rapporti di forza stabiliti tra i nuovi signori, che sembra ancora non esprimere nettamente e senza contrasti una feudalità. Per l’epoca normanna, infatti, le fonti hanno tramandato un paio di nomi che sembrerebbero signori di Cerenzia, uno dei due chiaramente normanno, ma anche un catapanus, sempre a Cerenzia, importante carica di origine bizantina, che in età normanna diventa un funzionario amministrativo e giudiziario locale; per Caccuri bisogna attendere l’età sveva per trovare menzione di un Fabiano dominus,[30] ma capire la costituzione e la fisionomia del potere di ognuno di questi personaggi, il rapporto con il potere ducale o comitale e poi con la monarchia è cosa piuttosto difficile, tuttavia già dal 1099 il vescovo greco di Cerenzia era capace di orientarsi su chi fosse l’autorità cui chiedere conferma dei possedimenti.[31]

4 L’arrivo dei Florensi: il rapporto con le autorità politiche e la formazione del patrimonio

Quando nella tarda primavera del 1189 Gioacchino e i suoi, dopo l’allontanamento dell’abate da Corazzo, arrivarono in Sila, e alla confluenza del fiume Neto con l’Arvo, in località Fiore e nell’allora diocesi di Cerenzia, iniziarono la costruzione di quello che divenne il protocenobio e la culla dell’esperienza monastica florense,[32] il Regno di Sicilia entrava in piena crisi dinastica e il trono fu conteso da Tancredi di Lecce, nominato re contro i diritti della normanna Costanza d’Altavilla, e dal marito di quest’ultima, l’imperatore Enrico VI di Svevia. La Calabria sembra che sia rimasta fedele alla dinastia normanna rappresentata da Tancredi, considerato il legittimo re, se anche Gioacchino si recò da lui e nel 1191 Fiore venne dotato dal normanno dei primi territori in Sila, tra il fiume Lorica e il Neto, con boschi e acque (quindi zone incolte), di 50 some annuali di segale e di 300 pecore per il sostentamento dei monaci, come si deduce da diplomi perduti, il cui contenuto è noto attraverso documenti successivi e da un’anonima „Vita di Gioacchino“.[33] Gli spostamenti e l’abilità dell’abate garantirono Fiore anche dopo l’avvicendamento sul trono di Enrico VI nel 1194, che comportò la damnatio memoriae degli atti di Tancredi: la conferma e donazione dell’imperatore e nuovo re di Sicilia, infatti, non menziona Tancredi, pur confermandone le donazioni a Fiore, attribuendo inoltre al monastero una serie di nuove pertinenze territoriali, terreni coltivabili, boschi e torrenti dal fiume Neto all’altopiano silano e quindi al fiume Savuto, una dotazione patrimoniale cospicua e varia, principalmente concentrata nel territorio dell’allora diocesi di Cerenzia.[34] L’atto dello svevo inserì pienamente Fiore nelle dinamiche non solo religiose di quel contesto, ma anche economiche e sociali: i confini florensi toccavano „fines monasterii sanctorum Trium Puerorum et monasterii abbatis Marci“; la concessione della libertà di pascolo nel territorio chiamato Fluca, situato sul mar Ionio presso Rocca di Neto, evidentemente destinato allo svernamento del bestiame, favorì la pratica dei pascoli differenziati (estivi e invernali), una prerogativa ceduta insieme a diritti su altri territori definiti dal re „demaniali“ situati in tutta la Calabria, senza corrispondere herbaticum et glandaticum, ossia i diritti sul pascolo delle pecore e su quello dei maiali; ancora, la facoltà di approvvigionarsi del sale dalle saline della Calabria, di vendere e comprare liberamente senza theleonaticum, plateaticum et passagium.[35] Si delinea immediatamente la centralità dell’allevamento nell’economia florense, dai pascoli, all’interesse sull’approvvigionamento del sale per la produzione dei formaggi e la conservazione delle carni, ed eventualmente la libertà di commercializzare i prodotti, prerogative precisate e confermate, dietro nuova supplica dell’abate, anche da Costanza d’Altavilla, nel 1198, come pure un reddito annuo di 50 bisanti d’oro dalle entrate della salina del Neto, posta vicino al monastero di Calabro Maria, una salina molto famosa e produttiva, menzionata anche dal geografo arabo Al Idrisi, che visse a corte di re Ruggero II.[36]

A quella data le istituzioni florensi erano state ormai approvate da papa Celestino III,[37] e al cenobio di Fiore furono aggregati monasteri greci, con le loro pertinenze, che ricadevano nel medesimo comprensorio florense, magari confinanti, e di nuovi ne furono fondati, tutti confermati dall’imperatrice: S. Maria de Bonoligno o Calosuber, in territorio di Caccuri; il monastero di Tassitano; il già menzionato monastero di Abbate Marco (o Monte Marco), donato dal vescovo latino di Cerenzia Gilberto, e forse si iniziarono a prendere i contatti per l’aggregazione di S. Maria di Altilia o Calabro Maria.[38] Non sempre si conoscono i particolari di queste annessioni prima della conferma imperiale, tuttavia non bisogna sottovalutare un ruolo attivo di Gioacchino, volto alla realizzazione del suo progetto monastico.[39] I diplomi concessi all’abate florense dalla monarchia si collocano in un più generale clima di conferme e donazioni a favore dei monasteri cistercensi e non solo, che non deve essere valutato in termini assoluti, dal momento che, soprattutto sotto Guglielmo II, era cresciuto considerevolmente il numero delle nuove fondazioni alle quali bisognava garantire la dotazione di terre. Tale andamento subì un rallentamento nel periodo in cui Federico II rivestì solo la carica regale, lontano dal Regno di Sicilia e prima del 1220, perché la precarietà degli equilibri politici rese indispensabile un atteggiamento di maggiore prudenza volto al mantenimento dello status quo monastico.

Nei trent’anni di impero tornarono a moltiplicarsi i diplomi, perché l’imperatore fu interessato al mantenimento di buoni rapporti con gli ordini monastici, per garantire un più diretto dominio regio attraverso il controllo delle fondazioni, tentando di escludere la concorrenza da parte dei poteri signorili.[40] Nel clima di confusione politica e istituzionale conseguente alla morte di Costanza d’Altavilla nel 1198, una decisione maturata in ambito cistercense aveva modificato gli assetti del territorio tra la Sila e il mar Ionio: la trasformazione di S. Angelo de Frigilo, chiesa dipendente dalla Sambucina, da grangia in abbazia autonoma, nel 1202, proprio l’anno in cui morì l’abate Gioacchino. Sembra che sia stato l’abate Luca Campano della Sambucina a creare le condizioni per la nuova fondazione, che rispose ad esigenze di natura sia economica che politica, probabilmente sollecitata dalla necessità di esercitare un controllo più diretto su quella parte del patrimonio fondiario della Sambucina che, eccessivamente distante dall’abbazia, si estendeva in un territorio grecizzato e nel quale si stava allargando l’influenza florense.[41]

Il rientro di Federico II nel regno portò, insieme al De resignandis privilegiis e alla necessità di mostrare i titoli del possesso e di farli confermare anche da parte delle istituzioni ecclesiastiche, un certo numero di diplomi e concessioni. Furono i primi 3–4 anni successivi ad essere interessati da questa attività da parte della curia regia: i Florensi, nonostante la morte di Gioacchino, sembrerebbero i più beneficiati, ma questo probabilmente ancora una volta grazie all’azione diretta del successore di Gioacchino nella carica abbaziale, Matteo, che fu abate fino al 1234, anno in cui divenne vescovo di Cerenzia.[42] Egli ottenne privilegi dallo svevo sia prima della partenza dal regno che dopo il rientro, che confermarono il vasto patrimonio e interessarono nuove donazioni, come i beni in località Albe, presso il casale Berdò, la località rupestre in territorio di Caccuri;[43] tra il 1220 e il 1222 Federico II concesse a Fiore di poter costruire mulini e folloni, anche a Cerenzia e Caccuri, impianti che utilizzavano l’energia idraulica, abbondante in loco, ed erano di supporto all’agricoltura e alla lavorazione artigianale dei tessuti, e sempre su richiesta dell’abate difese i diritti di coltura e pascolo in Sila del monastero, e ne reiterò le esenzioni.[44] Anche l’abbazia cistercense ormai autonoma di S. Angelo de Frigilo, tra il 1223 e il 1225, per intervento diretto del priore Bono presso la curia regia, ebbe conferme e concessioni da Federico II, liberi pascoli nelle tenute demaniali di „Cosenza e Terra Giordana“, chiara testimonianza della vastità di quelle aree, con un costante aumento delle proprietà terriere che dal territorio di Mesoraca si estesero con le concessioni imperiali sia verso l’interno che verso la costa, e contestualmente giunsero a comprendere, attraverso le donazioni dei fedeli e gli acquisti, i territori di Rocca Bernarda, di Santa Severina, Cutro e Petilia Policastro.[45] Dai normanni agli svevi il numero dei documenti emanati dall’autorità in favore di una particolare istituzione non implica necessariamente una predilezione per quest’ultima e può dipendere dalla capacità degli abati, come nel caso di Gioacchino e del suo successore Matteo. In generale aumentarono le donazioni di patrimonio fondiario, invece di cessioni di entrate annuali, ma resta la dipendenza delle fondazioni monastiche dal sovrano.

5 Le relazioni con le altre istituzioni religiose

Per quanto attiene al rapporto tra le istituzioni monastiche e le gerarchie ecclesiastiche secolari del territorio, ossia il metropolita di Santa Severina e i suoi suffraganei, bisogna innanzitutto ricordare che grazie al metropolita era stato possibile l’ampliamento del patrimonio della Sambucina in quella circoscrizione ecclesiastica, attraverso la donazione di chiese greche e dei loro beni (tra cui S. Angelo de Frigilo), ed egli continuò a patrocinare il processo che portò all’autonomia di S. Angelo nel 1202, attraverso scambi con la ex abbazia madre, mantenendo solo l’obbligo per l’abate di partecipare al sinodo diocesano annuale.[46] L’arrivo di Gioacchino e dei suoi in Sila fu contrassegnato da benevolenza in termini di donazioni da parte dei titolari della sede di Cerenzia già dal 1198, quando il vescovo Gilberto gli donò il monastero di Abbate Marco. A parte il successore di quest’ultimo, Guglielmo, che cercò di annullare gli atti del predecessore e fece distruggere Abbate Marco, anche il vescovo cistercense Bernardo, già abate della Sambucina,[47] e forse legato a Gioacchino, ormai morto, nel 1209 concesse ai Florensi dei vigneti a Berdò e chiese e grange di monasteri greci. Il territorio della diocesi di Cerenzia era, a dire dello stesso vescovo Bernardo, fortemente interessato dall’impegno profuso dai monaci di Fiore nella costruzione o riparazione di monasteri.[48] Il successore di Bernardo, Nicola, nel 1217 concesse a Fiore il monastero greco di S. Maria de Cabria, nella valle del fiume Lese, con relativi possedimenti.[49] Considerando che i nomi dei vescovi benefattori individuano una gerarchia ecclesiastica „latina“, che uno di essi era cistercense, che il successore di Nicola fu Matteo, abate di Fiore, bisogna dedurre che la presenza e l’opera florense furono strumento della chiesa locale nella riorganizzazione del territorio, sia quanto a fondazione di nuovi monasteri e recupero „materiale“ di monasteri greci, sia per la valorizzazione fondiaria che si espresse in forma di transazioni, probabilmente richieste dagli abati: teniamo conto che tutte le donazioni vescovili presupposero il pagamento di un censo annuo da parte di Fiore, in incenso o cera. I vescovi, comunque (lo dimostra l’atto del 1209 di Bernardo), furono attenti a stabilire nel rapporto con i monaci Florensi l’esclusività dell’amministrazione dei sacramenti da parte del vescovo di Cerenzia o, in sua assenza, da parte di qualunque altro vescovo „cattolico“.[50] Sia Cistercensi che i Florensi, grazie al favore dei vescovi locali e alle conferme di sovrani, inglobarono monasteri greci e i loro patrimoni inserendoli nella sfera del monachesimo „riformato“, ma la scarsità delle informazioni non consente di sapere tempi e modalità delle effettive trasformazioni. Nei territori della metropolia di Santa Severina e delle suffraganee una parte importante della popolazione nel periodo normanno era grecofona, nella prassi normanna i destinatari grecofoni ricevettero diplomi in lingua greca; i pochi atti privati del XII e XIII secolo pervenuti sono in greco, probabilmente perché, nonostante manchino informazioni precise sulla struttura del notariato locale, i notai di solito erano ecclesiastici legati alle curie vescovili, o comunque notabili del luogo, pertanto ancora italo-greci e nelle transazioni la gente comunicava e si comprendeva in greco.[51] Le trasformazioni della geografia ecclesiastica della Sila furono più tardive, si fecero in tutt’altro contesto politico, religioso e demografico, a partire dalla fine dell’epoca normanna e durante l’età sveva, e i Florensi, e allo stesso modo i Cistercensi, si inserirono in questa graduale trasformazione, iniziando con l’annettere fondazioni greche, dove lasciarono vivere i pochi monaci greci rimasti, pur preponendovi e accrescendo le comunità con i propri monaci.[52]

6 Pratiche economiche e lotta per il demanium

Grazie a donazioni ed elargizioni, la proprietà fondiaria florense impresse un tratto peculiare al territorio tra la Sila e il mar Ionio, articolandosi in vaste distese, principalmente dedite alle attività pastorali e solo parzialmente alle colture, dislocate sulle pendici montuose e sulle fasce costiere, e in appezzamenti terrieri chiusi, destinati alla viticoltura e arboricoltura, ubicati nelle immediate vicinanze dei centri abitati. Le piccole proprietà venivano a trovarsi incluse nei vasti possedimenti del cenobio, così che l’atto di donazione o acquisto finiva per indicare l’assorbimento delle stesse nel latifondo abbaziale. Le ampie zone montane boschive, un ambiente dove la sopravvivenza non era semplice, riservate a pascolo, erano preservate da eventuali trasformazioni d’uso ed entravano nel binomio colto/incolto, da cui le popolazioni traevano sostentamento, laddove l’incolto coincideva perlopiù con quei beni demaniali concessi dai sovrani. Si è evidenziato attraverso i documenti che territori demaniali di grandi dimensioni in aree limitrofe, e diritti di pascolo più vaghi furono concessi non solo ai Florensi, ma anche, già dai primi normanni, ai monasteri greci di Calabro Maria e di S. Maria del Patir, poi ai Cistercensi della Sambucina e di S. Angelo de Frigilo. Sembra dunque che siano proprio i territori definiti „demaniali“ il nodo cruciale dell’interazione dei Florensi con il contesto di insediamento, il problema fondamentale per capire la situazione locale. Bisogna tenere presente che mentre nella Calabria bizantina l’incultum era di utilizzo comune, a partire dal periodo normanno è „pubblico“, nel senso che appartiene al sovrano nei territori demaniali, al signore nei territori feudali. Nelle strutture sociali che abbiamo descritto, monaci greci e popolazione civile, evidentemente con il beneplacito dei poteri signorili ed ecclesiastici, che non sappiamo se avessero rivendicazioni in merito al carattere pubblico del proprio dominio, o dei possessi fondiari, avevano fino a quel momento esercitato diritti consuetudinari, relativi al pascolo, alla raccolta di frutti spontanei, di pece, di legna, alla pesca, su territori divenuti pertinenza e luogo di diritti florensi, che erano già nella disponibilità diretta del re (forse proprio come incultum). Il discorso è abbastanza complesso: la documentazione ducale e poi regia di volta in volta menzionata, mostra la tendenza da parte dell’autorità a precisare il diritto esclusivo su alcuni territori, che solo essa aveva facoltà di cedere, come di fatto avvenne non solo nei confronti dei Florensi, ma anche di altre fondazioni monastiche gravitanti nel medesimo comprensorio. Il problema è dato, da una parte, dalla percezione o meno di questi diritti da parte delle comunità che sino a quel momento avevano utilizzato quei beni liberamente, per consuetudine; dall’altra dalla confusione che i beni soggetti a concessione e conferma da parte del sovrano, richiesti sempre dagli stessi abati, potevano ingenerare tra le comunità locali, monasteri e patrimoni limitrofi.[53] Per tali motivi l’interazione della comunità florense con la società circostante a diversi livelli, che pure aveva dato vita a tante forme di transazione, si esplicitò anche in forme conflittuali e in controversie tra Fiore, da una parte, e cenobi appartenenti ad altri ordini religiosi, affiancati dalle comunità locali, dall’altra. I contrasti di cui si ha notizia riguardarono soltanto aspetti economici, acquisizioni di proprietà, determinati dalla comunanza di interessi economici sullo stesso territorio, in particolare in relazione alle pratiche dell’allevamento, attività cardine per la sussistenza, da confini patrimoniali non sempre ben definiti, originati dalla prosperità patrimoniale raggiunta dall’abbazia florense e dallo spazio che il nuovo ordine religioso cercava di ricavarsi, a discapito di poteri e consuetudini radicati.[54] Un primo contenzioso avvenne tra Fiore e la Sambucina, riguardo alla tenuta di Valle Bona situata nei pressi di Fiore, già appartenente alla seconda, ma donata erroneamente dall’imperatore Enrico VI a Gioacchino, forse in virtù di richieste non proprio esatte da parte dell’abate. Si addivenne ad un accordo rapido, che fece correggere ufficialmente l’errore nel 1196 da Costanza, anche perché a quel tempo abate della Sambucina era Luca Campano, amico e biografo di Gioacchino e i due abati si recarono insieme dall’imperatrice.[55] Terre demaniali ed usi consuetudinari furono al centro del lungo e violento contenzioso che vide come controparte di Fiore, coalizzati, i monaci greci del monastero Trium Puerorum e gli abitanti di Caccuri. Nel 1195 l’abate del cenobio Trium Puerorum si lamentò con l’imperatrice Costanza dell’assegnazione ai monaci di Fiore di diritti su terre demaniali contigue ad entrambe le fondazioni religiose. Gioacchino provò la legittimità del possesso e dei diritti, che la controparte deteneva invece per uso consuetudinario, in una vertenza che dopo l’istituzione da parte di Fiore del cenobio di Bonoligno fu contrassegnata da episodi di violenza contro persone e beni da parte dei monaci dei Tre Fanciulli e degli abitanti di Caccuri. Contestualmente ad una prima sentenza del 1199 in favore dei Florensi, si apprende che i monaci greci avevano chiesto ai Florensi di poter continuare ad utilizzare terre e pascoli, e Gioacchino, sperando di pacificare i rapporti, aveva accordato loro il permesso „sub censu annualiter constituto“.[56] In un percorso che portò, intorno al 1256, alla riforma secondo le istituzioni florensi del monastero Trium Puerorum, ridotto allo stremo sia spiritualmente che materialmente,[57] è da evidenziare la possibilità da parte di Gioacchino di applicare un canone annuo all’utilizzo altrui delle terre demaniali concessegli dal sovrano, che fa ipotizzare un uso ormai esclusivo di quei beni da parte dei Florensi.

Le rivendicazioni violente degli abitanti di Caccuri nei confronti dei Florensi continuarono anche nei decenni successivi. Tra il 1215 ed il 1216, nell’epoca di anarchia politica prima del rientro di Federico II nel regno, il conflitto emerse prepotentemente, pilotato da quel primo individuo finora tramandato dalle fonti come „signore“ di Caccuri, Fabiano, che colpì uomini che lavoravano per Fiore nelle importanti tenute di Salicium, Gimella e Serra de Antonacis. Sullo sfondo si intravedono dinamiche di esercizio del potere signorile locale, scontri tra poteri locali, usurpazioni di cariche amministrative periferiche: contro il signore locale e in difesa dei diritti florensi, infatti, intervenne Stefano Marchisorte, conte di Crotone, che è definito „giustiziere“ di Calabria, e già benefattore di Fiore.[58]

Nel 1223 ebbe luogo la querelle tra i Florensi e il monastero greco di S. Maria del Patir riguardante la proprietà di alcuni pascoli in Sila, con le lamentele di entrambi i preposti, portate innanzi a Federico II e conclusesi a favore di Fiore, ma con la possibilità di uso dei pascoli da parte del Patir, in cambio di un canone in quantità di olio.[59] Nel 1246 ci fu un’altra lite tra i due monasteri per il diritto di passaggio di un acquedotto, che attraverso le proprietà florensi alimentava il mulino della grancia di Santa Elena del Patir, che si concluse con un altro accordo, sempre favorevole di più a Fiore, che prevedeva la gestione comune del mulino.[60]

7 Florensi e Cistercensi: il caso del monastero di Calabro Maria

La vicenda più esemplificativa di queste interazioni, delle relazioni con i Cistercensi e delle modalità di annessione dei monasteri greci, è quella relativa al monastero greco di Calabro Maria e delle lunghe e accese vertenze che contrapposero Fiore ai Cistercensi di Corazzo. Alla fine del XII secolo il monastero di Calabro Maria era una comunità in crisi, con pochi monaci e a quanto pare senza un abate; non riusciva più a gestire opportunamente i beni temporali fino a quando, dopo la morte dell’ultimo abate Kirolus, era in tale stato di degrado che l’economo e i monaci, per quanto non gli fosse lecito, lo consegnarono al cellerarius di Corazzo, ricevendo in cambio i sussidi necessari alla sopravvivenza. I Florensi, dal canto loro, opposero il fatto che la comunità di Calabro Maria, ancora vivi l’abate Kirolus e Gioacchino, si era già consegnata a Fiore. Entrambi i contendenti avevano mostrato privilegi ufficiali, ed in effetti il papa non contestò la validità della documentazione presentata, ma decise in favore di Fiore e non di Corazzo perché la regola e gli statuti cistercensi proibivano di laborare ad obtinendam sic ecclesiam, senza una particolare superiore dispensa (la mancanza di un abate a Calabro Maria o piuttosto il mancato permesso di un superiore del monastero di Corazzo?).[61] Non possiamo non considerare che alla base della lite possa esserci stata la ricca dotazione sin dall’età normanna del cenobio di Altilia, in particolare l’esteso territorio silano di Sanduca, lungo il corso del fiume Ampollino, a pressoché eguale distanza tra il monastero di Corazzo e quello di Fiore, e proprio sulla strada che Gioacchino percorse dopo l’allontanamento da Corazzo, che potrebbe avergli dato modo di conoscere la realtà di Calabro Maria. La bolla badiale di annessione del monastero alle institutiones florensi del 1213, con l’invio di monaci e priore, come aveva fatto la Sambucina per S. Angelo de Frigilo all’inizio del secolo, e la regolamentazione dal punto di vista strettamente religioso dei rapporti tra i due monasteri, denota che ormai l’annessione di cenobi greci non riguardava soltanto la struttura fondiaria, ma venivano coinvolti in quanto istituzioni religiose. Mostra inoltre che la comunità florense, pur critica nei confronti degli esiti cistercensi più recenti, non si sia mai scostata dall’avere come punto di riferimento l’originaria regola di San Benedetto e le pratiche di aggregazione cistercensi, messe in atto nei confronti della nuova „abbazia figlia“; nella componente economica della relazione, si specifica però che un certo terreno fosse lasciato in proprietà di Fiore, in cambio della libertà di pascolo per una mandria di Calabro Maria sui terreni di Fiore.[62]

Se andiamo a paragonare le prassi economiche dei due ordini, bisogna innanzitutto evidenziare che nonostante la singolarità della professione del monaco cistercense, cui era imposto di rifuggire quello che può essere un possesso fondiario di tipo signorile, con chiese, mulini, che sfruttava il lavoro di contadini, servi e censuari, sul quale gravavano diritti bannali, anche nel Mezzogiorno d’Italia sono documentate da parte cistercense pratiche che inclusero beni ed instaurarono rapporti che spesso elusero i principi e le norme statutarie.[63]

8 Conclusioni

Gioacchino criticò le „deviazioni“ cistercensi, aspirò ad una vita monastica più rigorosa anche nei comportamenti economici, con un’idea del lavoro, dell’organizzazione sociale incentrate sull’agricoltura e la pastorizia, ossia quella cistercense delle origini, senza spazio per le attività lucrative.[64] Nella pratica, tuttavia, come i Cistercensi, e come avevano già fatto e continuarono in parte a fare le grandi fondazioni greche, come S. Maria del Patir, Gioacchino intervenne presso i centri del potere e si garantì il supporto dell’autorità pubblica e delle gerarchie ecclesiastiche locali; si assicurò pascoli differenziati, dalla Sila al mar Ionio, per quella che era la principale attività di quel comprensorio, con tutti i diritti concessi dai sovrani; l’approvvigionamento di sale, che serviva alla conservazione dei prodotti dell’allevamento; fece acquisti e transazioni. Come gli altri religiosi, i Florensi cercarono di sfruttare al massimo il patrimonio, anche commercializzando i prodotti in esubero, grazie alle esenzioni concesse dall’autorità; ebbero donazioni in merito a mulini e folloni: tanto invise a Gioacchino, queste macchine idrauliche divennero fonte di reddito per l’ordine; annessero chiese con relativi beni, fondazioni greche in decadenza recuperate, che non persero tuttavia le loro caratteristiche principali, inaccettabili per i Cistercensi delle origini, cui Gioacchino e i suoi seguaci dichiararono di ispirarsi. E lottarono tutti per le prerogative su un demanium che si voleva di uso esclusivo, togliendolo agli usi comunitari che in quell’ambito della Calabria normanno-sveva, ancora fortemente influenzato da strutture bizantine, erano stati per consuetudine esercitati: da qui le forme conflittuali e le controversie che segnarono pesantemente l’interazione di Gioacchino e della comunità florense con la società circostante, in una lotta per „diritti“ che avevano basi giuridiche differenti.

Nello stesso comprensorio, però, Cistercensi e Florensi furono i principali mediatori di quella transizione lenta, fatta di compresenza e rispetto reciproco, verso la riforma in chiave latina. Gli ambienti rupestri caratteristici della zona, che erano stati dimora dei monaci bizantini e continuarono ad essere frequentati dai florensi, e la cripta di Timpa dei Santi, con quelle doppie croci, greca e latina, che esprimono iconograficamente due diverse angolature del cristianesimo, sono l’emblema di questa transizione.

Published Online: 2020-11-10
Published in Print: 2020-11-25

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