Accessible Published by De Gruyter November 10, 2020

Storia comparata e asimmetrie della modernità

Germania e Italia a confronto nell’analisi di Christof Dipper

Costanza D’Elia

‚Istantanee‘: così Dipper definisce elegantemente, con una bella metafora visuale ma anche con una buona dose di understatement, i saggi di storia comparata, „vergleichende Studien“, raccolti in questo volume, frutto di un’attività di ricerca di più decenni; e aggiunge: „Die Unterschiede sind das Thema, sie erfassen sämtliche Lebensbereiche und sie sind historisch wohl (mindestens) ebenso relevant wie die Faktoren der Vereinheitlichung, denn Vielgestaltigkeit und Ungleichzeitigkeit sind das Merkmal aller geschichtlichen Entwicklung“. Siamo di fronte a categorie ben pesanti: il valore del libro risiede tanto nella ricchezza dei contenuti quanto nella originalità metodologica. Su un piano generale la comparazione è spesso evocata, ma poco praticata, e non bastano il global turn, spesso semplificatorio, e la recente moda del ‚transnazionale‘, a rispondere alle esigenze speculative sollevate da Marc Bloch ormai quasi un secolo fa, nel suo scritto, per nulla sorpassato, „Pour une histoire comparée des societés européennes“ (1928). I saggi che compongono il volume raccolgono invece la sfida, e giocano sulla tesi di un rapporto asimmetrico (lontani/vicini), tanto sul piano della fatticità quanto sul terreno delle rappresentazioni. Dipper sottolinea infatti, attraverso le ‚istantanee‘ proposte allo sguardo del lettore, la discrepanza fra un parallelismo ‚immaginato‘, spesso evocato dalle due parti, e la concretezza tanto dei percorsi storici, quanto delle raffigurazioni stesse che le due nazioni hanno costruito l’una dell’altra, cercando nel volto del vicino i tratti del proprio, per somiglianza, o differenza, come in uno specchio deformante: si tratta di una appropriazione originale della categoria di asymmetrische Gegenbegriffe, elemento mutuato dal lessico di Koselleck. Emerge qui un altro punto focale della prospettiva d’indagine di Dipper, la stretta relazione con la riflessione di Koselleck, alla quale ha dedicato più di una analisi di taglio teorico. Questi saggi sono infatti innervati dalla tensione alla definizione di una categoria di modernità (Moderne), che possa essere praticabile in ambito storiografico senza per questo nulla perdere della sua profondità e del suo retroterra filosofico.

È opportuno dare il giusto rilievo alla densità teoretica dell’opera di Dipper in generale e di questo volume in particolare, non da ultimo nel confronto con una storiografia italiana tradizionalmente empirica e non di rado restia al dibattito metodologico. Al tempo stesso va ancora sottolineato come Dipper eviti – lo afferma esplicitamente nell’introduzione – quanto potremmo chiamare la ‚trappola normativa‘ che spesso nascondono categorie come gli opposti modernità/arretratezza, come Sonderweg e Sonderwege, come multiple modernities: dietro di esse si annida la pretesa di un modello positivo, rispetto al quale i singoli case studies possono avvicinarsi o allontanarsi. La proposta di Dipper è quella di un’analisi attraverso i concetti, ma senza preconcetti e gerarchie di valore. Proprio per questo diventano validi strumenti interpretativi la nozione di asimmetria e quella, che trova il suo conio in Ernst Bloch negli anni Trenta, di Gleichzeitigkeit des Ungleichzeitigen, di pluralità dei tempi storici. Questa premessa era necessaria messa a fuoco degli aspetti metodologici del libro; andiamo ora in medias res.

Sarebbe difficile nello spazio di una recensione rendere conto della grande ricchezza di questo volume, per la variegata tavolozza dei temi affrontati, e per la densità concettuale e tematica dei singoli saggi. Faremo qui una breve rassegna che possa servire da orientamento al lettore. Il primo contributo mette a confronto la versione tedesca e quella italiana del giacobinismo, evidenziando come lo stesso strumentario ideologico reagisca in maniera assai differente nell’incontro con strutture agrarie profondamente diverse: la liberazione dai vincoli feudali che è l’istanza principale del giacobinismo tedesco (e che avrà poi luogo assai gradualmente, lungo quel complesso processo di Bauernbefreiung che Dipper ha studiato a fondo) si differenzia dall’obiettivo primario delle rivendicazioni italiane, la redistribuzione della terra secondo un modello di lex agraria. Profonde differenze emergono anche con riguardo al ‚liberalismo nobiliare‘ (Adelsliberalismus), diverso sia nei suoi caratteri che nel suo peso nel processo di unificazione nazionale: peso irrilevante nel caso tedesco, mentre in quello italiano è il rigetto delle ingerenze della monarchia amministrativa a determinare l’adesione dell’aristocrazia alle prospettive risorgimentali. Da questo punto di vista, afferma Dipper, l’unificazione italiana assume i caratteri di una unintended consequence, richiamando nel saggio successivo, dedicato a „Rivoluzione e Risorgimento“ (e collegato alle ricerche dell’autore sul ’48 europeo) di nuovo il tema del ‚malinteso‘ (categorie anche queste che meriterebbero di essere discusse, e che per il lettore italiano intrecciano lo Erwartungshorizont koselleckiano con la familiare, manzoniana „eterogenesi dei fini“). Di fronte al percorso tedesco l’unificazione italiana presenta comunque l’imprinting di quel moderatismo che ha un’ovvia connotazione di classe e che è riassunto nel modello del „Gattopardo“ e nel paradosso logico, ma non politico, del „Cambiamo tutto perché nulla cambi“.

Altro elemento di grande divario fra la transizione italiana e tedesca alla modernità (si deve sempre a Dipper la nozione di Übergangsgesellschaften) sono i percorsi di professionalizzazione e di codificazione, entrambi essenziali alla formazione sette-ottocentesca dello Stato di diritto: se gli Stati tedeschi rifiutano il Code civil napoleonico, quelli italiani lo accolgono e lo conservano anche dopo la Restaurazione; qui inoltre, soprattutto nel Mezzogiorno, la figura professionale e sociale dell’avvocato acquista un rilievo impensabile nel contesto tedesco primo-ottocentesco. In ogni caso, l’Italia vanta almeno un punto a suo favore: la disponibilità a soddisfare un diffuso ‚bisogno di eroismo‘ attraverso la figura di Garibaldi; fino al 1870, sottolinea l’autore, ha una forte eco nell’opinione pubblica tedesca il mito dell’eroe dei Due Mondi.

Entriamo nel Novecento con un contributo sui due rispettivi modelli di industrializzazione, che è anche una riflessione sulle vie dello sviluppo economico mediterraneo, basato non sul settore secondario ma sul terziario. Due importanti saggi sono poi dedicati a un tema-chiave della storia dell’Europa nell’‚età delle catastrofi‘: il raffronto fra fascismo e nazismo. Ancora una volta le somiglianze nascondono differenze profonde. Se il nazismo considera il fascismo come suo principale modello, il sistema di dominio hitleriano si struttura in maniera ben diversa, come emerge dalla ineguale capacità dei rispettivi regimi di trasformare e modernizzare la società. Se accostare fascismo/nazismo e modernità è una acquisizione tutto sommato recente da parte della storiografia, dovuta anche al cultural turn, come Dipper sottolinea, il nazismo penetra ben più profondamente nel tessuto sociale, culturale, produttivo della Germania; questa diversa incidenza è dimostrata anche dal suo rapporto con il mondo della ricerca e della tecnologia, a cui è dedicato il secondo dei saggi. Questo diverso voltaggio produce, come Dipper evidenzia citando un acuto giudizio di Dahrendorf, una maggiore discontinuità fra l’esperienza totalitaria e gli assetti (politici, materiali, mentali) del dopoguerra in Germania piuttosto che in Italia. In ogni caso, l’amicizia e la collaborazione tanto propagandate appaiono più come una retorica di superficie che una realtà, data anche la natura individualistica dei due regimi e della loro ricerca di potenza, fino al periodo della Repubblica di Salò. Una situazione ambivalente emerge infatti nel successivo contributo, dedicato alle relazioni fra i due paesi fra 1943 e 1950, e soprattutto alla ripresa dei rapporti fra l’Italia e la nuova Repubblica Federale, caratterizzata da un divario fra il piano dei rapporti personali così come della politica ufficiale e gli atteggiamenti dell’intellighenzia italiana, propensa piuttosto a identificare nella Repubblica Democratica il modello positivo.

Viene ulteriormente sviluppato nei quattro contributi che chiudono il volume il tema – rilevante culturalmente e politicamente sensibile – delle immagini reciproche dei due paesi. L’autore individua alcune fasi in cui, a partire dall’alternativa parallelismo/diversità‚ il meccanismo di proiezione, quasi nel senso psicoanalitico del termine, si rafforza, e diviene parte del discorso pubblico: gli anni Ottanta del Settecento, gli anni Sessanta dell’Ottocento, il periodo fascista. Quando si afferma con più vigore, in ambito tedesco la visione positiva dell’Italia, intesa come modello e come ,storia parallela‘, rivela nell’analisi di Dipper la sua essenza di costruzione politica. Conferma il quadro di una sostanziale diversità, nel penultimo contributo, l’esame di due aspetti specifici: il modello di famiglia e la fisionomia dell’industrializzazione. Il saggio che chiude il volume arriva ai giorni nostri, offrendo una panoramica dei rapporti italo-tedeschi nel secondo dopoguerra. Prevale qui il quadro di un divario fra l’Italia e una Germania egemone nel contesto europeo, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie, con il conseguente senso di sudditanza che, come acutamente rileva Dipper in una notazione sull’attualità, la classe politica italiana ha denunciato (possiamo ricordare l’appellativo Merkiavelli dato in Italia alla Merkel qualche anno fa) ma non ha saputo nei fatti ridurre.

Di fronte a questi saggi, che nel loro complesso sono una confutazione fattuale del topos delle ,storie parallele‘, di cui dimostrano la qualità di narrazione retorica nei rispettivi public discourses, non c’è da stupirsi se l’autore, come esplicitamente dichiara, non abbia posto in copertina il quadro „Italia e Germania“ di Friedrich Overbeck (1828), in cui le nazioni sono personificate da due fanciulle nell’atto di abbracciarsi, ma una meno nota vignetta del 1893. Le differenze profonde – non deducibili da un modello, ma solo empiricamente testabili – fra i due percorsi nazionali trovano infatti un buon corrispettivo visuale nell’immagine che campeggia sulla copertina. La vignetta del 30 dicembre 1893 è tratta dal „Petit Journal“, e allude alla crisi dei rapporti fra i due paesi, a seguito della nomina a ministro degli Esteri italiano di Alberto Blanc, considerato antitriplicista dal governo tedesco (il giornale ospitava anche la traduzione di una vignetta tedesca, in cui la Triplice era rappresentata con Germania e Austria in primo piano, mentre l’Italia arrancava accanto al vivandiere). Il caricaturista francese si rifà alla favola esopiana del bue e del ranocchio; il piccolo animale corrisponde all’Italia, raffigurata nel vano sforzo di gonfiarsi il petto, fino a scoppiare, per raggiungere le dimensioni del bue tedesco. Una immagine molto forte, che, oltre il suo stesso contesto, rende plasticamente la nozione di ‚opposti asimmetrici‘ e la sua valenza politico-culturale: nell’insieme, lo scarto rispetto all’Italia si rivela parte della autorappresentazione della nazione tedesca.

Quali sono le conclusioni generali che questa raccolta di saggi ci permette di trarre? In primo luogo emerge una conferma del modello di modernità coniato da Dipper in base alla categoria di Übergangsgesellschaften, società di transizione, che indica la presenza di un minimo comun denominatore nelle traiettorie nazionali verso la ,grande trasformazione‘ otto-novecentesca, insieme a differenze e specificità marcate, e si aggancia tanto all’idealtipo weberiano quanto, proponendo di collocare la ‚transizione‘ nel periodo da metà Settecento a metà Ottocento, alla Sattelzeit koselleckiana. In un orizzonte sempre più globale, ma anche fortemente minacciato da facili risposte localistiche e nazionalistiche alle incertezze e alle paure del nostro tempo, l’indagine senza pregiudizi, positivi o negativi, sui diversi percorsi della modernità si giova della comparazione e diviene uno strumento per il superamento delle insidie di quel perdurante ,nazionalismo metodologico‘ che Ulrich Beck stigmatizzava, per la costruzione di una consapevolezza civile del rischio ideologico spesso annidato nella rappresentazione degli ‚altri‘. Questo è quanto Dipper propone con successo nel suo volume, con un modo di procedere molto denso e in maniera esemplare theoriebeladen, dimostrando che l’analisi ‚attraverso le‘ categorie non può essere disgiunta dalla riflessione ‚sulle‘ categorie.

Published Online: 2020-11-10
Published in Print: 2020-11-25

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